Sezione Libera Antimafia

Non siamo violenti, anche se conosciamo la violenza del vostro denaro, quello che usate per comprare ogni cosa. Noi non amiamo la proprietà privata se non in quanto svolge una funzione sociale, e vediamo la pura avidità con cui accumulate e recintate case e palazzi e città. Non siamo razzisti, e vediamo le vostre distinzioni tra bianchi e neri, ricchi e poveri, regolari ed irregolari, sudditi e clandestini. Noi non vi combattiamo con la violenza che legittima la vostra reazione, noi non vi combattiamo con la superficialità e l'opportunismo che legittimano il vostro nepotismo. Noi cerchiamo di costruire ogni giorno, nelle piccole cose quotidiane, un mondo che si allontana dalla vostra prigione, dove gli esseri umani nella loro semplicità sono autentici, dove l'uguaglianza significa uguaglianza, dove la solidarietà significa solidarietà, dove la dignità significa dignità. Queste parole sono un sentiero luminoso su cui cammina la gente piccola, quella che vive ai margini del vostro mercato. Ci perdonerete se non amiamo la vostra violenza, ci perdonerete se non amiamo i vostri soldi, la vostra arroganza, la vostra competizione truccata. Non siamo eroi, non siamo niente, il fatto è che semplicemente il vostro mondo vuoto ci fa schifo. Con molto disprezzo, Ultimo

Canada Connection - un ponte per due mafie




Ponte sullo Stretto: un ponte per due mafie
L'inchiesta della procura di Roma svela il tentativo di Cosa Nostra e
`ndrangheta di mettere le mani sull'affare del secolo: il collegamento
tra Sicilia e Calabria. Il ruolo della famiglia siculo-canadese dei
Rizzuto. L'assalto agli appalti.

La criminalità organizzata non ha confini. Almeno non quelli che
intendiamo noi. Gruppi storici come mafia siciliana e `ndrangheta
controllano e gestiscono i loro affari in gran parte delle terre
conosciute, e per meglio riuscirvi spesso lo fanno insieme.
Soprattutto quando si tratta di mettere le mani sulla costruzione e la
gestione di una grande opera. Nel nostro caso faraonica: il ponte
sullo Stretto di Messina. Un megaprogetto da svariati miliardi di euro
che dovrà mettere in collegamento proprio le regioni in cui le due
organizzazioni la fanno da padrone: Sicilia e Calabria. Un piatto
troppo ricco per lasciarselo sfuggire. Un'occasione unica per
riciclare in un colpo solo le ingenti quantità di denaro sporco
accumulate dai due cartelli e ferme chissà dove. Da quando il progetto
venne messo in campo, e dopo una breve guerra per accaparrarsene gli
appalti, mafia e 'ndrangheta hanno stretto un patto di ferro per
infiltrarsi nel business del ponte.

Il primo tentativo è però andato a vuoto. Agli inizi di febbraio la
procura antimafia di Roma, che ha coordinato le indagini della Dia, ha
bloccato sul nascere il tentativo di infiltrazione del boss-canadese
Vito Rizzuto. Servitosi di un prestanome, il capo della mafia
nordamericana era pronto a mettere sul tavolo 5 miliardi di euro,
frutto delle sue floride attività nel campo del traffico
internazionale di stupefacenti. Difficile pensare che il boss di
Montréal abbia potuto agire senza il consenso/richiesta dei padroni di
casa. La mafia siciliana e la `ndrangheta calabrese non hanno invece
scelto a caso a chi affidare il compito di controllare il ponte.
Rizzuto capeggia infatti in Canada una famiglia allargata nella quale
lavorano gomito a gomito i rappresentanti di entrambe le
organizzazioni nostrane.

La sua storia è l'esempio del salto di qualità fatto da Cosa Nostra e
`ndrangheta negli ultimi decenni: il passaggio da strutture
parassitarie a veri e propri soggetti imprenditoriali, e la capacità
di tenersi strategicamente unite l'una all'altra quando si tratta di
mettere le mani su grandi opere come il ponte sullo Stretto. Ne
segnaliamo qui gli sviluppi, anche sulla base delle conversazioni con
il pubblico ministero Adriano Iasillo, che ha condotto le indagini
sulle manovre del boss canadese pronto ad entrare nella grande torta
del ponte.

Canada Connection

La comparsa della criminalità organizzata di origine italiana in
Canada risale ai primi anni dello scorso secolo. La mafia nostrana era
agli ordini della famiglia Bonanno, che controllava lo Stato di New
York. A guidare il gruppo canadese, composto sia da siciliani che
calabresi, il boss calabro Vic "the Egg" Cotroni. Molti dei picciotti
mal digerivano di essere guidati da un non siciliano, ma non Nicola
"Nick" Rizzuto, che sbarcato a Montréal nel 1954 si mette subito al
servizio del boss. Vito Rizzuto è ancora troppo piccolo. Nato a
Cattolica Eraclea nel 1946, può solo assistere nei primi anni in
Canada alle tante attività del padre, che prima si allea con i
Cuntrera Caruana, e poi, quando Cotroni designa Paolo Violi come suo
successore, si schiera decisamente contro il boss. Inutili i tentativi
dei capimafia arrivati dalla Sicilia e da New York per cercare di
mettere pace tra i contendenti. Nella prima metà degli anni Settanta
scoppia una vera e propria guerra, che costringerà Nick Rizzuto a
rifugiarsi in Venezuela. Era il 1974. Nei dintorni di Caracas il boss
siciliano apre un ristorante che chiamerà, chissà quanto ironicamente,
Il Padrino. Qui prepara la sua vendetta. Uno dopo l'altro cadono tutti
i sottoposti di Violi. Poi nel 1978 è la volta del boss. Nick torna a
Montréal e per prima cosa riallaccia i legami con le famiglie
calabresi, poi lascia le redini del comando nelle mani del figlio
Vito, spartisce il territorio canadese con i Cuntrera Caruana e torna
in Venezuela (1).

Vito è un vero boss, e lo diventa ancor di più quando nel 1981 uccide
tre papaveri della famiglia Bonanno in odore di cospirazione. Gli
omicidi di Alphonse "Sonny Red" Indelicato, Dominick "Big Trin"
Trinchera e Philip "Phil Lucky" Giaccone gli valgono la stima dei
Bonanno e non solo (2). "Da Montréal a New York sono pochi
chilometri", racconta il pm Iasillo, "Rizzuto li percorre e toglie di
mezzo i tre che danno fastidio ai Bonanno, dai quali riceve
l'investitura a capo della mafia canadese". Da allora Vito Rizzuto è
riuscito non solo a mantenere le fortune ereditate dal padre, ma ad
accrescerle a dismisura. Si tratta infatti di "un boss molto diverso",
spiega l'ex direttore del `Corriere Canadese' Antonio Nicaso, "da
quelli che sono gli stereotipi veicolati dal cinema. Rizzuto è un vero
e proprio manager del crimine, un uomo che conosce quattro lingue ed
opera con scaltrezza nei mercati finanziari" (3). Un boss che sarebbe
riuscito a stabilire con i capomafia newyorkesi un rapporto paritario,
e che soprattutto è riuscito a mettere sotto di sé gli altri gruppi
criminali presenti in Canada. "Rizzuto è riuscito a creare una vera e
propria holding del crimine, lasciando ad ogni gruppo il suo spazio
d'azione, ma guidando tutto dalla casa madre", sostiene Iasillo. Il
meccanismo viene chiamato "Consortium" ed è formato, oltre che dai
clan italo-canadesi, dal gruppo degli Hells Angels, i terribili bikers
barbuti, dalla gang irlandese detta West End, dalla mafia russa e dai
cartelli colombiani (4). Il "Consortium" si dedica soprattutto al
traffico di droga e "tende a saldare alleanze con altri gruppi",
afferma Pietro Poletti del Cisc, il Criminal Intelligence Service of
Canada, spiegando che "questo comporta una dimensione meno
territoriale e più finanziaria. (…) Gli inquirenti si trovano così di
fronte a situazioni che prima erano impensabili, come il cointeresse
di più gruppi in attività illecite" (5).

Rizzuto vive nel lusso, gestisce numerose iniziative imprenditoriali
in paesi come Congo, Francia, Gran Bretagna e si dedica al riciclaggio
degli enormi introiti dovuti alla droga (6). Agevolato in questo da
leggi canadesi poco adeguate al controllo del lavaggio di denaro
sporco. "E' più difficile introdurre formaggio in Canada, per le
restrizioni imposte dal ministero dell'Agricoltura, che valigie piene
di dollari", spiegava nel 2001 l'ispettore della polizia di Montréal
Gilbert Cote. "Il Canada del resto", aggiungeva Mario Possamai,
presidente della Fia International Research, "è sempre stato un posto
ideale per investire i proventi del riciclaggio. Negli anni Sessanta e
Settanta anche Michele Sindona utilizzava il nostro paese proprio per
questo scopo" (7).

Nel frattempo Rizzuto prepara il "colpo" al ponte sullo Stretto: ha i
soldi necessari, un insospettabile (o quasi) prestanome e soprattutto
saldi legami con la mafia siciliana. "Abbiamo accertato senza ombra di
dubbio", racconta il pm Iasillo, "di come Rizzuto non si sia mai
effettivamente staccato da Cosa Nostra, con la quale ha sempre
mantenuto legami fortissimi. Un rapporto talmente stretto che al
matrimonio del figlio la mafia siciliana mandò un proprio
rappresentante per onorare gli sposi e dimostrare al boss quanto fosse
ben saldo il filo che lo legava alla Sicilia". Chi meglio di lui, boss
bipartisan di mafia e `ndrangheta canadesi, per entrare nell'affare
del ponte? Spiega Iasillo: "Non conosciamo gli accordi tra le due
organizzazioni italiane e Rizzuto. Non sappiamo per quale motivo lo
abbiano lasciato fare. Di sicuro c'è che Rizzuto ha ricevuto un via
libera". Il beneplacito per l'investimento di quei 5 miliardi di euro
che Rizzuto era pronto a mettere sul piatto. "Questa la cifra di cui
si parla nelle intercettazioni" , conclude il pubblico ministero, "ma
di cui non conosciamo la provenienza" .

Le autorità italiane notificano l'ordinanza di custodia cautelare al
boss di Montréal nella sua cella di un carcere canadese, dove Rizzuto
è rinchiuso dal gennaio del 2004 con l'accusa di triplice omicidio, in
relazione ai già citati fatti newyorkesi del 1981. Gli Stati Uniti e
poi l'Italia ne chiedono l'estradizione, "ma credo", spiega Iasillo,
"che il ministro di Giustizia canadese deciderà di consegnarlo a loro.
Negli Stati Uniti lo aspettano parecchi anni di carcere, e
l'importante è che si riesca in qualche modo a stroncarne l'attività".

Assalto al ponte

Il piano di infiltrazione escogitato da Rizzuto è molto semplice.
L'ingegnere francese di origini calabre Giuseppe Zappia, costruttore
di rango internazionale, si stabilisce i Italia e crea nel 2002 una
società fantasma, la Zappia International, con la quale partecipa alle
gare di preselezione per la costruzione del ponte nell'ottobre del
2004. Lo scopo non è quello di vincerle, ma di entrare in contatto con
le altre ditte concorrenti e al momento giusto mettere sul tavolo
della vincitrice i 5 miliardi di Rizzuto. Saranno le intercettazioni
telefoniche predisposte dalla Dia di Roma a smascherare l'imbroglio.
Conversazioni registrate nelle quali Zappia chiarisce al suo
interlocutore la necessità imprescindibile di soddisfare innanzitutto
le esigenze di mafia e `ndrangheta. "Si deve fare il ponte", rivela
l'intercettazione di Zappia, "tenendo contenti tutti quelli della
Sicilia, la gang… capisci? (…) Un lato la mafia, la Sicilia… di
quell'altro posto c'è la `ndrangheta calabrese… e la `ndrangheta è più
forte della mafia" (8). Mentre in un'altra intercettazione lo stesso
Rizzuto conferma la fantastica cifra di cui dispone "dichiarando" ,
racconta ancora Iasillo, "di escludere categoricamente l'idea di
inglobare nella sua cordata per il ponte persone pronte a mettere loro
il capitale". "Se quello vuole mettere denaro suo", rilegge nel
tabulato, "lo tiriamo subito fuori, perché siamo noi ad avere i soldi
e dobbiamo farlo noi".

L'assalto al ponte è cosa loro, e di nessun altro. Ed inizia da
subito, appena si comincia a parlare di costruire i tre chilometri che
separano la Sicilia dalla Calabria. Come racconta Antonio Mazzeo nel
suo prezioso dossier del 2002, l'infiltrazione mafiosa nell'affare del
ponte inizia intorno alla metà degli anni Ottanta con una cruenta
guerra intestina alle cosche calabre per il controllo degli appalti
dell'opera. "Lo scatenamento del conflitto", scrive Mazzeo, "seguì di
poco gli annunci favorevoli alla realizzazione dell'opera "in tempi
brevi" da parte dell'allora governo presieduto da Bettino Craxi" (9).
La sua previsione: iniziare nel 1988 per terminare nel 1996. La guerra
fa oltre 600 vittime e termina nel 1991 quando si registra", racconta
Mazzeo, "l'intervento dei maggiori esponenti di Cosa Nostra siciliana
per favorire la riappacificazione tra le cosche calabresi" (10). La
`ndrangheta ne esce rafforzata e riorganizzata, pronta a collaborare
con i siciliani per spartirsi la grande torta. Un sodalizio che non
passa inosservato e che allarma le autorità italiane: "La Dia", si
legge in un comunicato Ansa del 1998, "è preoccupata dalla grande
attenzione della `ndrangheta e di Cosa Nostra per il progetto relativo
alla realizzazione del ponte sullo Stretto", e poi ancora nel 2000 la
Dia ipotizza l'esistenza di intese fra le due organizzazioni criminali
"ai fini di una più efficace divisione dei potenziali profitti" (11).

I conti cominciano a tornare. Comincia a incombere la figura del boss
Rizzato, in grado di gestire molti miliardi di euro e di piacere ai
due padroni di casa. "A prova del patto comune tra le due
organizzazioni criminali per la cogestione dei flussi finanziari
previsti per la megainfrastruttura" , chiarisce Mazzeo, "gli
investigatori segnalano in particolare i "collegamenti" emersi in
ambito giudiziario dei grandi traffici di stupefacenti (12). E Rizzuto
è tra i maggiori trafficanti di droga al mondo. Come chiarirà il
procuratore capo della Repubblica di Messina nel dicembre del 2000:
"E' forse all'orizzonte, in vista anche della possibile costruzione
del ponte, un'alleanza ancor più stretta tra Cosa Nostra e `ndrangheta
che passa per la città dello Stretto, per cui la crisi delle
organizzazioni locali potrebbe semplicemente aprire la strada a
un'invasione da parte delle organizzazioni mafiose esogene" (13).

Bingo! Rizzuto viene dal Canada. Ed è a lui che viene dato il via
libera per prendere il controllo dell'intera torta. Della maggiore tra
le grandi opere che hanno fatto la fortuna di mafia e `ndrangheta nel
Sud italiano. Megastrutture in cui i due gruppi sono sempre riusciti
ad infiltrarsi nonostante la presenza di grandi imprese nazionali e
internazionali. Come nella costruzione del porto mercantile di Gioia
Tauro, il più grande del Mediterraneo, o in quella della base della
Marina degli Stati Uniti a Sigonella (14). E spesso lo hanno voluto
fare tutto da soli, come accade per il centro siderurgico di Gioia
Tauro: "Alla metà degli anni Settanta", si legge sul settimanale
`Carta', "gli imprenditori del Nord che erano andati a costruire il
quinto centro siderurgico di Gioia Tauro, in Calabria, offrirono alle
cosche locali una tangente del 3% su tutti i lavori. Per potere essere
lasciati in pace. Ma, come scrive Agostino Cordova nell'istruttoria
"De Stefano+59", le tre principali cosche della zona (Macrì, Piromalli
e De Stefano) di comune accordo avrebbero rigettato la proposta. Il
loro interesse era assicurarsi direttamente i subappalti, in modo da
inserirvi i propri elementi e controllare tutta l'attività economica"
(15).

Anche questa volta si vuole fare tutto da soli. Ma qualcosa va storto.
L'11 febbraio il gip di Roma, su richiesta della procura antimafia di
Roma, emette cinque ordinanze di custodia cautelare per associazione
mafiosa a carattere internazionale. I provvedimenti, oltre che ai due
personaggi già citati, vengono notificati in Canada a Filippo Ranieri,
il tramite tra Zappia e Rizzuto, a Londra al cingalese Sivalingam
Sivabavanandan, a Parigi ad Hakim Hammoudi (16).

Un colpo assestato al tentativo di infiltrazione del clan Rizzuto. A
cui fanno eco le dichiarazioni del direttore della `Gazzetta del Sud',
Nino Calarco, secondo il quale: "Gli arresti della Dia sono la prova
che il nostro microscopio elettronico antimafia ha funzionato".
Calarco che qualche anno fa si diceva fermamente convinto che "la
mafia non vuole il ponte e non vuole controlli sullo Stretto" (17),
oggi è sicuro che il tentativo di mettere le mani sul ponte da parte
di Rizzuto "non è un fatto siculo-calabrese" (18). Sarà, ma questo
caso non sembra proprio rientrare tra quelli che hanno per
protagoniste le altre organizzazioni criminali straniere che operano
in Italia, come la russa, la nigeriana o la cinese. Queste agiscono da
noi attraverso accordi con le mafie locali. Per Rizzuto, invece, che
non ha mai reciso il cordone ombelicale con Cosa Nostra, la faccenda è
diversa. "Questo caso", conferma il pm Iasillo, "può in definitiva
essere considerato un caso di mafia nostrana". Rizzuto risulta
soltanto uno dei tentacoli della piovra, che tornerà sicuramente
all'assalto del ponte.

Mauro De Bonis in "Limes. Rivista italiana di geopolitica" , n. 2/2005.
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